24.07.2026 News Emergenze

Il Diario di Nour, la nostra psicologa a Gaza: i gazawi sono davvero sovrumani?

La Testimonianza di Nour Z. Jarada, Responsabile della Salute Mentale a Gaza per Medici del Mondo.

I gazawi sono davvero sovrumani?

È una domanda che mi ritrovo a pormi sempre più spesso. Non perché io creda che la risposta sia sì, ma perché questa è l’immagine che è stata costruita attorno a noi. L’immagine di persone che possono sopravvivere a qualsiasi cosa, sopportare tutto, assorbire perdite infinite e continuare a camminare come se nulla fosse accaduto. L’immagine di persone che seppelliscono i propri cari, perdono le proprie case, vivono la fame, lo sfollamento, la paura e il dolore, eppure in qualche modo si svegliano la mattina dopo pronte a lavorare, aiutare gli altri e andare avanti.

Il mondo sembra ammirare questa immagine. Celebra la resilienza dei gazawi, la loro pazienza e la loro capacità di sopravvivere a una catastrofe dopo l’altra. Ma a volte mi chiedo se questa ammirazione non abbia un costo invisibile. Da qualche parte, lungo il cammino, essere resilienti è diventato un’aspettativa. Essere forti è diventato un obbligo. Mostrare dolore è diventato scomodo per gli altri. Nel momento in cui una persona gazawi esprime stanchezza, disperazione, paura o fragilità, spesso la reazione è di sorpresa, come se la sofferenza fosse incompatibile con il ruolo che ci è stato assegnato.

Negli ultimi due anni e mezzo abbiamo vissuto ogni forma di difficoltà immaginabile. Abbiamo sperimentato bombardamenti, sfollamento, fame, perdite e la paura costante della morte. Abbiamo visto quartieri scomparire, ospedali crollare, persone care svanire sotto le macerie e famiglie disperdersi nella Striscia di Gaza e oltre. Abbiamo salutato amici senza sapere se li avremmo mai rivisti. Abbiamo trascorso notti svegli ascoltando esplosioni, chiedendoci chi, tra le persone che amiamo, sarebbe stato ancora vivo al mattino. Eppure, durante tutto questo, ci si aspettava che continuassimo a funzionare. Ci si aspettava che lavorassimo, producessimo, ci prendessimo cura degli altri, offrissimo supporto e in qualche modo restassimo emotivamente integri.

Resilienza e dolore

Anche ora, dopo quello che molti descrivono come un cessate il fuoco, la vita a Gaza è tutt’altro che pacifica. Ogni giorno porta notizie di nuove vittime, nuovi attacchi, nuove perdite. Molte persone restano senza un riparo adeguato. Le famiglie continuano a vivere in tende o in case danneggiate. Le infrastrutture essenziali restano distrutte. I servizi medici sono al collasso. L’assistenza umanitaria rimane insufficiente e la ricostruzione non è ancora iniziata. Per molte persone, sopravvivere è ancora una lotta quotidiana.

Forse uno dei più grandi fraintendimenti sulla resilienza è credere che le persone resilienti non soffrano. Come professionista della salute mentale, so che non è vero. La resilienza non significa assenza di dolore. Significa continuare nonostante il dolore. Significa portare ferite dentro di sé e provare comunque ad andare avanti. Alcune delle persone più traumatizzate che conosco sono anche tra le più forti.

Noi che lavoriamo nell’ambito della salute e della salute mentale portiamo spesso un peso ulteriore. Ogni giorno ascoltiamo storie di lutto, perdita, terrore e disperazione. Assistiamo al dolore non una sola volta, ma centinaia di volte, attraverso le esperienze di chi viene da noi in cerca di aiuto. In psicologia, questo si chiama trauma secondario. Portiamo non solo la nostra sofferenza, ma anche frammenti della sofferenza di tutti gli altri. Con il tempo, quei frammenti si accumulano.

Io non ne sono immune. Di recente, a giugno, il giardino della mia casa è stato colpito. Persone a me vicine sono state uccise. Non erano sconosciuti i cui nomi compaiono brevemente nelle notizie. Erano persone che amavo. E anche se non è stato il primo evento traumatico che ho vissuto, il trauma non diventa più facile solo perché si ripete. Ho ancora flashback. Vivo ancora in uno stato di ipervigilanza. I rumori improvvisi mi fanno ancora battere forte il cuore. Ci sono momenti in cui mi sento sopraffatta, esausta e fragile.

Elaborare il lutto

Eppure, nonostante tutto questo, la vita non smette di chiederci qualcosa. Devo ancora svegliarmi ogni mattina. Devo ancora prendermi cura dei miei figli. Devo ancora sostenere la mia famiglia. Devo ancora andare al lavoro e sedermi accanto a persone il cui dolore spesso rispecchia il mio. A volte mi chiedo se ciò che le persone chiamano coraggio non sia semplicemente l’assenza di qualunque alternativa.

Negli ultimi due giorni, le squadre hanno cercato tra le rovine della casa del nostro amato collega, il dottor Maisara Al-Rayyes. Il dottor Maisara è stato ucciso insieme a tutta la sua famiglia durante le prime settimane di guerra e, per più di due anni, i loro corpi sono rimasti sotto le macerie. Ieri, due delle sue sorelle sono state finalmente recuperate. Una è stata identificata da una collana che indossava e dagli effetti personali trovati accanto a lei. La sua borsa e la sua carta d’identità erano ancora lì, testimoni silenziosi di una vita interrotta in un istante e rimasta ad aspettare sotto le macerie per tutto questo tempo.

La ricerca continua. Le persone care si riuniscono ogni giorno intorno alle rovine, aggrappandosi alla speranza di ritrovare i resti del dottor Maisara e della sua famiglia, per poter finalmente restituire loro la dignità di una sepoltura. Dopo tutto questo tempo, stanno ancora aspettando un addio che non è mai arrivato, ancora aspettando la possibilità di pregare per lui, di deporlo a riposo e di piangerlo come merita. C’è qualcosa di profondamente straziante nel vedere persone attendere due anni per il semplice diritto umano di seppellire qualcuno che amano.

Questi dettagli dolorosi hanno riportato alla mente ricordi che tutti noi, che abbiamo vissuto lo sfollamento, portiamo dentro. Ho ricordato gli zaini che portavamo da un luogo all’altro. Ho ricordato come ciascuno di noi cercasse di far entrare un’intera vita in una sola borsa. Documenti importanti, pochi vestiti, fotografie di famiglia, medicine e piccoli oggetti troppo preziosi per essere lasciati indietro.

Realtà impossibili da raccontare

Per quanto possiamo scrivere, descrivere o spiegare, le parole restano insufficienti. Ci sono realtà che non possono essere comunicate fino in fondo. Puoi descrivere la fame, ma non cosa si prova a guardare un bambino chiedere cibo che non puoi dargli. Puoi descrivere la paura, ma non la sensazione di salutare i tuoi figli prima di uscire di casa ogni mattina, chiedendoti se tornerai. Puoi descrivere il lutto, ma non il momento in cui qualcuno riconosce una persona cara attraverso un oggetto personale recuperato dalle macerie anni dopo la sua morte.

Eppure, nonostante tutta la sofferenza che abbiamo vissuto, c’è qualcos’altro che molti di noi hanno imparato: la gratitudine. Una gratitudine dolorosa e complicata. Gratitudine per cose che un tempo sembravano insignificanti. Un tetto sopra la testa. Un pasto che riempie lo stomaco. Acqua pulita. Elettricità per qualche ora. Una telefonata da qualcuno che amiamo. La semplice benedizione di essere vivi. Questi piccoli dettagli hanno acquisito un valore immenso, perché così tante persone intorno a noi li hanno persi.

Quindi, quando le persone mi chiedono se i gazawi siano sovrumani, la mia risposta è semplice.

No.

Non siamo supereroi.

Siamo esseri umani. Abbiamo paura. Ci stanchiamo. Viviamo il lutto. Piangiamo. Ci spezziamo. Lottiamo. Portiamo traumi che potrebbero restare con noi per anni. Abbiamo momenti di coraggio e momenti di crollo. Continuiamo non perché possediamo poteri straordinari, ma perché abbiamo persone che amiamo, responsabilità che non possiamo abbandonare, una fede che ci sostiene e un istinto profondo a proteggere la vita anche quando la vita diventa insopportabilmente difficile.

Nour Z. Jarada, Responsabile della Salute Mentale a Gaza per Medici del Mondo.

Questa testimonianza è stata pubblicata sul sito del quotidiano Libération.