29.08.2025 News

Diario di Nour, la nostra psicologa a Gaza:

“Guarisco e mi spezzo, reggo il peso e poi crollo”

Nour Z. Jarada, psicologa di Medici del Mondo, vive da sempre a Gaza. Ecco la sua testimonianza in cui ci racconta la sua vita quotidiana nell’enclave palestinese.

“Come fai ad andare avanti? Come fai ad aiutare gli altri mentre anche tu stai soffrendo? Sei mai crollata? Riesci a continuare?”
Sono le domande che sento ripetere di continuo: da giornalisti, amici, colleghi all’estero, perfino sconosciuti online. E, sinceramente, me le pongo anche io. Da oltre 21 mesi, vivo una guerra implacabile a Gaza. Sono una professionista della salute mentale; ma qui, quel titolo non basta. A Gaza, non ci è concesso il privilegio di essere una cosa sola.
Sono una terapeuta, sì. Ma sono anche una donna che affronta il lutto.
Sono una madre che cerca di proteggere i suoi figli.
Sono una figlia che piange i suoi cari.
Sono un’operatrice sanitaria esausta dalla guerra, un’anima spezzata che porta il peso degli altri.
Sono una testimone di crimini indicibili.
Sono una caregiver per i feriti, pur portando ferite mie.
Sono tutto questo insieme, inestricabilmente intrecciato. Guarisco, mi spezzo, sostengo, crollo.

Fin dall’inizio di questa guerra, ho vissuto una tripla esistenza. Cerco di aiutare una comunità che affoga nel trauma, mentre piango i miei cari, mentre mi rialzo dalle macerie di ogni nuovo bombardamento. Cerco di preservare la mia voce, di continuare a testimoniare, anche mentre la paura mi stringe la gola ogni giorno. Oggi, mentre scrivo, sto attraversando alcuni dei giorni più bui di questa guerra.
Non mi vergogno a dire: ho fame; e la mia fame non è un incidente. È il risultato di un blocco, di politiche, di una privazione deliberata. Ma la vergogna non è mia. È del mondo che predica umanità e diritti umani, mentre Gaza viene bombardata, affamata e silenziata.

Chi sono ora? Sono ancora una “terapeuta”?
O sono anche una vittima, una rifugiata, una figlia in lutto, una madre spaventata, un’umanitaria che si aggrappa alla speranza con le mani nude?

Ho imparato a insegnare ai miei figli ad avere pazienza con la fame.
Da quando abbiamo iniziato a lavorare nei campi per sfollati, non abbiamo mai esercitato la nostra professione in condizioni normali. Gli ospedali sono stati bombardati, i team medici uccisi o arrestati, le cliniche evacuate, le strade rese impraticabili. Eppure, resistiamo; non solo per dovere professionale, ma per un dovere morale più profondo.
Ogni mattina baciamo i nostri figli, terrorizzati che possa essere l’ultima volta. Poi iniziamo le sedute, dentro tende, negli angoli dei rifugi, tra le rovine.

La mia visione di me stessa è cambiata, le nostre vite sono cambiate.
Ho perso tutto ciò che un tempo chiamavo “normale”.
Ho imparato a piangere camminando avanti, a seppellire i miei morti nel cuore e continuare a servire i vivi. Ho imparato a fuggire dalla morte, a portare ansia per 21 mesi senza pausa, a pregare per amici sotto le macerie. Ma ho anche imparato la resistenza. Ho scoperto una forza che non sapevo di avere. È perché non c’era altra scelta? Forse. Ma più certamente è per la fede in Dio e nella dignità del nostro popolo. È questa forza che ci sostiene attraverso l’inimmaginabile.

Ho imparato a sopravvivere in un luogo inabitabile.
Come conservare acqua per giorni.
Come rinunciare ai bisogni di base.
Come insegnare ai miei figli ad avere pazienza con la fame.
Un’amica ci ha raccontato che suo figlio, come la maggior parte dei bambini oggi, si è lamentato della fame. Ma quando ha visto il dolore sul suo volto, si è subito scusato con gli occhi pieni di lacrime: “Scusa mamma, non ho fame. Per favore, non essere triste”.
Voleva solo proteggerla dal dolore, negando il suo.
Quale bambino, in qualsiasi parte del mondo, dovrebbe mai sentirsi in colpa o chiedere scusa per avere fame?

Cosa significa neutralità di fronte all’atrocità?
Ogni giorno siedo accanto a persone distrutte dal dolore. Ma non sono al di fuori delle loro storie. Vivo questa guerra anch’io. Provo lo stesso lutto, porto le stesse ferite.
Un ragazzo di 15 anni mi ha detto che avrebbe voluto morire con la sua famiglia. Il mio cuore si è spezzato con lui.
Una madre mi ha confessato che non riesce più a nutrire i suoi figli. Ha sussurrato: “Non ce la faccio più.”
E io ho pensato, silenziosamente: “Nemmeno io.”

Questo è ciò che chiamiamofatica da compassione, quando assistere continuamente alla sofferenza inizia a consumarti l’anima. Quando senti di non avere più nulla da dare, ma ti presenti comunque.
È accompagnata dal burnout, l’esaurimento emotivo cronico causato dal lavoro in ambienti devastati, privi di risorse, e continuamente pericolosi.

Non facciamo consulenza da uffici tranquilli.
Cerchiamo di piantare speranza in tende sovraffollate e scuole bombardate.
I bambini parlano di missili come altri parlano della colazione—con naturalezza, con abitudine.
Eppure, in mezzo a quest’orrore, ci si chiede ancora di restare neutrali.
Ma cosa significa neutralità di fronte all’atrocità?
Dovrei forse dare una pacca sulla spalla ai bambini e dire “andrà tutto bene”, quando so che non dimenticheranno mai l’odore del sangue?
Come posso parlare di sicurezza a chi vede pericolo in ogni suono, ogni ombra, ogni colore?

La verità è che, a volte, non parliamo affatto.
In alcune sedute, il silenzio è tutto ciò che abbiamo.
Ma la presenza può bastare.
Essere lì, testimoniare, restare accanto a qualcuno nel suo dolore senza bisogno di aggiustarlo; anche questo può essere terapeutico.
Il sorriso di un bambino dopo giorni di pianto, una donna che finalmente riesce a riposare dopo una tempesta di panico, la gratitudine di un anziano che si sente ascoltato: sono questi i momenti che ci aiutano ad andare avanti.

Ciò che mi scalda il cuore è come ci sosteniamo a vicenda.
Non siamo soli in questo dolore. Intorno a me ci sono colleghi la cui forza mi commuove ogni giorno. Ognuno porta con sé una storia di perdita indicibile; eppure continua a presentarsi.
Un nostro caro collega, un medico gentile e generoso, ha perso tutta la sua famiglia in un solo attacco. Nonostante il dolore e il lutto profondi, ha continuato a lavorare e a prendersi cura di chi gli stava intorno. Anche nel suo dolore, ha sostenuto noi, ci ha ricordato perché continuiamo.
Un altro collega ha perso la figlia. Un’altra, il marito.
E tutti noi—ognuno di noi—abbiamo perso tutto: le nostre case, le nostre strade, i nostri ricordi, i nostri affetti.
Eppure ci siamo: stanchi, in lutto, affamati; mossi da qualcosa più grande del dolore: un amore profondo, silenzioso, per il nostro popolo.
Mettiamo quel poco che ci resta del cuore nel nostro lavoro.

A volte, le circostanze ci costringono a evacuare una clinica, e un senso di colpa pesante ci schiaccia; perché sappiamo quanto le persone dipendano da noi.
Ma questa colpa non è una debolezza; è la misura del nostro amore.
Questo cuore spezzato è il combustibile che ci tiene in vita.

Ciò che mi scalda il cuore è come ci sosteniamo a vicenda.
Come ci cerchiamo nel mezzo del caos.
Come piangiamo insieme quando perdiamo uno di noi.
Come condividiamo la stanchezza, il dolore, l’impotenza e, in qualche modo, riusciamo ancora a infonderci speranza.
“Finirà,” ci diciamo. “Dio restituirà ciò che ci è stato tolto.”
Ricordiamo chi tra noi si sente senza speranza: “Un giorno, ci guarderemo indietro e diremo: abbiamo resistito.”
Ci siamo portati l’un l’altro attraverso tutto.

Guardo i miei colleghi e vedo il coraggio avvolto nel dolore.
Ci solleviamo a vicenda, ci ricordiamo che finirà, che la giustizia verrà, che il nostro popolo merita di vivere.

Come facciamo ad andare avanti?
Forse la domanda migliore è: come potremmo non farlo?

Fermarci significherebbe lasciare vincere l’oscurità.
Siamo esausti, ma non spezzati.
Non ancora.
Perché Gaza non è solo una terra di dolore e macerie; è una terra di resilienza feroce, un luogo dove l’umanità continua a brillare anche nell’orrore più profondo.
Siamo ancora qui.
E insieme, guariremo.

Come ci ricorda il poeta Elia Abu Madi:
“Disperare, io credo, è un tradimento: di chi ha vissuto con speranza o è morto sognando.”

— Nour Z. Jarada, responsabile della salute mentale a Gaza per Medici del Mondo

(Questa testimonianza è stata pubblicata il 23 luglio sul sito del quotidiano Libération.)