La Legge di Bilancio 2027 interviene sul Servizio sanitario nazionale con nuove risorse, ma senza una visione capace di affrontare le sfide che attendono il Paese nei prossimi anni. In un contesto segnato dall'invecchiamento della popolazione, dall'aumento delle malattie croniche e dalla crescita delle disuguaglianze sanitarie, il rischio è quello di continuare a gestire le emergenze senza rafforzare davvero il sistema pubblico.
È questa l'analisi di Mario Braga, vicepresidente di Medici del Mondo Italia, che evidenzia come il problema non sia soltanto la quantità dei finanziamenti stanziati, ma soprattutto il modo in cui vengono impiegati e l'assenza di una strategia di lungo periodo.
Sanità sempre meno prioritaria
Uno dei dati più significativi riguarda il rapporto tra spesa sanitaria e PIL. Nonostante l'annunciato incremento delle risorse, la quota destinata alla sanità è prevista in diminuzione nei prossimi anni: dal 6,14% nel 2026 al 6,11% nel 2027, fino a scendere sotto il 6% nel 2028 e al 5,87% nel 2029.
Una tendenza che appare in contrasto con l'evoluzione dei bisogni di salute della popolazione. L'Italia invecchia, aumenta il numero di persone che convivono con patologie croniche e crescono i costi delle tecnologie e delle prestazioni sanitarie. In questo scenario, dedicare una quota progressivamente minore delle risorse nazionali alla sanità pubblica significa mettere sotto pressione un sistema già in difficoltà.
Anche parte degli stanziamenti aggiuntivi previsti dalla manovra risulta già destinata a interventi specifici, lasciando alle Regioni margini molto limitati per affrontare l'aumento dei costi e rispondere ai bisogni emergenti dei territori.
Liste d'attesa e pronto soccorso: risposte necessarie ma non sufficienti
La manovra concentra una parte significativa degli investimenti sul recupero delle liste d'attesa e sul sostegno ai Pronto soccorso. Si tratta di misure certamente utili per affrontare alcune criticità immediate, ma che rischiano di rimanere interventi tampone.
I fondi destinati alle prestazioni aggiuntive possono contribuire a smaltire una parte dell'arretrato accumulato, ma non affrontano le cause strutturali del problema: la carenza di personale, l'organizzazione dell'offerta sanitaria, l'integrazione tra ospedale e territorio e il coordinamento tra pubblico e privato accreditato.
Senza intervenire su questi aspetti, la pressione sul sistema rischia di ripresentarsi periodicamente, costringendo a continui interventi emergenziali.
La questione irrisolta del personale sanitario
Un altro nodo centrale riguarda il personale. La Legge di Bilancio punta soprattutto su incentivi economici e remunerazione delle prestazioni aggiuntive, ma non prevede un vero piano per affrontare la carenza di professionisti sanitari.
Mancano una programmazione pluriennale delle assunzioni, una revisione strutturale dei vincoli di spesa e una strategia per valorizzare medici, infermieri e operatori sanitari. Restano inoltre aperte questioni sempre più rilevanti come il burnout, le dimissioni volontarie e la crescente attrattività del settore privato.
Il rischio è quello di chiedere ancora di più a lavoratrici e lavoratori già sottoposti a forte pressione, senza intervenire sulle cause organizzative che rendono difficile garantire servizi adeguati.
Prevenzione: la grande assente
Dal punto di vista della salute pubblica, la principale criticità della manovra riguarda però la prevenzione.
In una fase storica caratterizzata dall'invecchiamento della popolazione e dall'aumento delle malattie croniche, investire sulla prevenzione dovrebbe rappresentare una priorità strategica. Ridurre i fattori di rischio, individuare precocemente le patologie e promuovere stili di vita salutari significa infatti migliorare la salute delle persone e, allo stesso tempo, ridurre la pressione futura sul sistema sanitario.
Eppure, la prevenzione continua a occupare uno spazio marginale. È necessario rafforzare in modo più deciso la prevenzione cardiovascolare e metabolica, le campagne vaccinali, la salute mentale, il contrasto alle dipendenze, la salute materno-infantile e i sistemi di sorveglianza epidemiologica.
Screening oncologici: un'occasione mancata
Particolarmente significativa è la situazione degli screening oncologici.
L'Italia dispone di programmi per la prevenzione dei tumori della mammella, della cervice uterina e del colon-retto. Tuttavia, persistono forti differenze territoriali e livelli di adesione ancora insufficienti, soprattutto per lo screening colorettale. Come evidenziato anche dal nostro report “La misura della disuguaglianza. Crisi del Servizio Sanitario Nazionale e divari nell’accesso alla prevenzione e alle cure oncologiche in Italia”.
La Legge di Bilancio avrebbe potuto rappresentare l'occasione per investire in un programma nazionale di rafforzamento degli screening, destinando risorse specifiche al recupero delle popolazioni che non vengono raggiunte dai programmi di prevenzione.
Per ottenere risultati concreti, inoltre, non basta contare il numero di test effettuati. È necessario misurare anche gli esiti: tempi diagnostici, accesso agli approfondimenti, stadio della malattia al momento della diagnosi e riduzione della mortalità.
Anziani e fragilità: il voucher non basta
Tra le novità della manovra figura il voucher sanitario da 300 euro rivolto agli over 75 con determinati requisiti reddituali.
La misura può rappresentare un sostegno economico per alcune persone anziane, ma difficilmente può rispondere ai bisogni complessi di chi vive condizioni di fragilità, pluripatologie o non autosufficienza.
Per queste persone servono infatti servizi territoriali accessibili, assistenza domiciliare, presa in carico continuativa e sostegno ai caregiver. Il rischio è che il contributo economico favorisca l'acquisto di prestazioni sul mercato privato senza rafforzare la capacità del sistema pubblico di garantire assistenza.
Uno scenario simile riguarda anche le risorse destinate ad Alzheimer e demenze: un segnale positivo, ma insufficiente se non inserito in una strategia più ampia che comprenda diagnosi precoce, assistenza sul territorio e supporto alle famiglie.
Crescono le disuguaglianze e le rinunce alle cure
La conseguenza più preoccupante di questo modello riguarda l'equità nell'accesso alle cure.
Le differenze organizzative ed economiche tra le Regioni rischiano infatti di ampliarsi ulteriormente. I territori più fragili potrebbero faticare a mantenere gli stessi livelli di assistenza, aumentando la dipendenza dal settore privato e la mobilità sanitaria verso altre Regioni.
Intanto cresce il peso economico che ricade direttamente sulle famiglie. Secondo il rapporto della Fondazione GIMBE, nel 2024 circa 5,84 milioni di persone hanno rinunciato a prestazioni sanitarie. Di queste, 3,1 milioni lo hanno fatto per motivi economici e circa 4 milioni a causa delle liste d'attesa. Nello stesso anno la spesa sanitaria privata sostenuta dalle famiglie ha raggiunto circa 41,3 miliardi di euro.
Numeri che raccontano una realtà sempre più evidente: il problema non è soltanto avere prestazioni disponibili sulla carta, ma poterle ottenere in tempi compatibili con i propri bisogni e senza ostacoli economici.
Il rischio per il futuro del Servizio Sanitario Nazionale
La questione, in definitiva, non riguarda soltanto quanto si spende per la sanità, ma come si scelgono le priorità.
Una politica sanitaria sostenibile dovrebbe spostare progressivamente il baricentro degli investimenti dalla gestione delle emergenze alla prevenzione, dall'ospedale al territorio quando clinicamente appropriato, dalla prestazione occasionale alla presa in carico continuativa delle persone.
Senza questo cambio di prospettiva, il rischio è una lenta erosione dell'universalismo che ha caratterizzato il Servizio sanitario Nazionale fin dalla sua nascita: un sistema in cui il diritto alla salute resta formalmente garantito a tutti, ma in cui la possibilità concreta di esercitarlo dipende sempre di più dal reddito, dal luogo in cui si vive e dalla capacità individuale di sostenere i costi delle cure.
