Ieri, 17 giugno, il Parlamento europeo ha votato a favore della revisione del cosiddetto Regolamento sui Rimpatri. Una legge che avrà conseguenze dirette, prevedibili e gravi per la salute fisica e mentale delle persone.
Il Regolamento sui Rimpatri permetterà concretamente l’istituzione di centri di deportazione offshore (i cosiddetti “return hubs”) al di fuori dell’Unione Europea, amplierà l’uso e la durata della detenzione e consentirà operazioni di polizia in stile ICE nelle abitazioni private e in altri luoghi pertinenti.
Abbiamo già messo in guardia i legislatori europei su ciò che questo regolamento avrebbe comportato nella pratica e ne abbiamo chiesto il rigetto, insieme a oltre 250 organizzazioni della società civile e più di 1.300 operatori sanitari in tutta l’UE. Ciò che si rischia è un’era di crisi della salute pubblica, che si farà sentire nei nostri sistemi sanitari e tra i nostri pazienti nelle cliniche, nelle sale d’attesa e nei reparti di emergenza in tutta Europa.
Le conseguenze
Il regolamento sui Rimpatri è un rischio per la salute pubblica e a pagare il prezzo più alto saranno le persone più fragili:
- Le persone avranno paura di rivolgersi ai servizi sanitari. Il regolamento include misure investigative che consentirebbero operazioni domiciliari in stile ICE per arrestare e deportare persone senza residenza legale. Queste operazioni potrebbero avvenire anche in altri “luoghi pertinenti”, inclusi strutture sanitarie, rifugi e punti di distribuzione alimentare.
- La detenzione senza adeguate garanzie diventerà la norma. Il regolamento consente la detenzione fino a 30 mesi, anche per famiglie con bambini. Le evidenze sulle conseguenze sanitarie della detenzione prolungata sono inequivocabili: stress, traumi, ansia e danni duraturi alla salute mentale. Durante questo periodo, le persone potrebbero non avere accesso all’assistenza sanitaria.
- Centri di deportazione offshore. Il regolamento apre la porta a strutture di detenzione al di fuori del territorio dell’UE, dove non è possibile garantire il rispetto del quadro dei diritti fondamentali dell’Unione e l’accesso alle cure non sarà assicurato. Inoltre, le persone potranno essere deportate verso Paesi con cui non hanno alcun legame.
- La riservatezza medica sarà compromessa. Il regolamento consente la condivisione dei dati sanitari con le autorità di immigrazione e con Paesi terzi per scopi di deportazione. Ciò pone gli operatori sanitari in una posizione impossibile: tra il dovere di cura e l’obbligo di partecipare all’applicazione di misure di controllo. In questo modo, la fiducia tra pazienti e operatori, essenziale per un’assistenza efficace, verrà distrutta.
La salute è un diritto
Ribadiamo che la salute è un diritto fondamentale, non una scelta politica. L’UE e i suoi Stati membri hanno l’obbligo di garantire il diritto alla salute in tutte le scelte politiche, come sancito dal diritto europeo e internazionale. La salute deve essere integrata nelle politiche migratorie, non trattata come un elemento secondario, non applicata in modo selettivo e non limitata alla sola assistenza d’emergenza.
“Il diritto alla salute non si ferma ai confini e non dipende da un permesso di soggiorno. La politica migratoria è anche una politica sanitaria, perché ogni decisione su come le persone vengono controllate, detenute, trasferite o deportate ha conseguenze dirette sulla salute fisica e mentale. Eppure, ancora una volta, l’UE ha adottato una normativa migratoria di grande portata senza alcuna seria valutazione del suo impatto sulla salute. Questo non può continuare”, ha dichiarato Andrea Soler, Migration & Humanitarian Advocacy Advisor di Medici del Mondo.
Questo regolamento è ora legge. Ma continueremo a documentare il costo umano di quanto adottato oggi, a contestarne l’attuazione ogniqualvolta vengano violati i diritti fondamentali e a sostenere le persone maggiormente colpite.
