15.10.2026 Striscia di Gaza News

Il Diario di Nour, la nostra psicologa a Gaza: la sfida più grande è ricostruire l’infanzia stessa

La Testimonianza di Nour Z. Jarada, Responsabile della Salute Mentale a Gaza per Medici del Mondo.

Da quasi tre anni, il mondo parla dei bambini di Gaza attraverso i numeri: quanti sono stati uccisi? Quanti sono rimasti feriti? Quanti sono stati sfollati? Quanti sono diventati orfani? I numeri sono spaventosi. Secondo l’UNICEF, oltre 21.000 bambini e bambine sono stati uccisi e più di 41.000 feriti a Gaza dall’ottobre 2023. Inoltre, si stima che oltre un milione di bambini necessiti di cure per la salute mentale e di supporto psicosociale. Questi numeri sono schiaccianti e devono restare impressi nella nostra memoria.

Eppure, oltre le statistiche, si scrive un’altra storia. Una storia molto più difficile da quantificare. Non compare negli elenchi delle vittime né nei report. Racconta di come la guerra si insinui progressivamente nella vita quotidiana di un bambino o di una bambina, plasmando non solo la sua esperienza, ma anche il linguaggio attraverso cui impara a comprendere il mondo.

Come professionista della salute mentale, sono sempre stata affascinata dal legame tra linguaggio e sviluppo. È attraverso le parole che i bambini e le bambine imparano a conoscere il mondo. Il linguaggio li aiuta a capire ciò che vivono, a esprimere le proprie emozioni, a costruire relazioni e a immaginare il futuro. In tempi normali, il vocabolario dell’infanzia è ricco di parole come “scuola”, “cortile”, “amicizia”, “compleanni”, “vacanze”, “sogni” e “scoperte”. Sono parole che aiutano i bambini a crescere con un senso di sicurezza, appartenenza e possibilità.

Oggi, a Gaza, molti bambini crescono con un vocabolario ben diverso. “Evacuazione”, “corridoi umanitari”, “distribuzione degli aiuti”, “carestia”, “droni”, “coordinate militari”, “zone sicure”, “cessate il fuoco” e quella presunta “linea gialla” sono ormai parole che fanno parte delle conversazioni quotidiane. Non sono termini ascoltati distrattamente al telegiornale: sono parole entrate nella loro vita, nei loro ricordi.

Per molti bambini, parlare di ordini di evacuazione, di designated areas (zone designate come “sicure” dall’esercito israeliano per i civili) o dei periodi prima e dopo il cessate il fuoco è diventato naturale quanto lo erano un tempo le conversazioni sugli orari scolastici o sulle attività nel cortile della scuola.

Nel corso degli anni trascorsi a collaborare con équipe di salute mentale impegnate nell’assistenza ai bambini di Gaza, sono rimasta spesso colpita dal modo in cui descrivono il mondo che li circonda. Alcuni parlano di “coordinate GPS” prima ancora che di “geografia”, di “vie di evacuazione” invece che di “gite in macchina”, e della distribuzione degli aiuti al posto della vita quotidiana a scuola. Altri sono in grado di riconoscere il rumore dei droni con una precisione sorprendente, ma faticano a ricordare un normale anno scolastico.

I loro ricordi più vecchi sono sempre più segnati da spostamenti, incertezza, trasferimenti continui e sopravvivenza. Come non chiedersi cosa accada quando il linguaggio della guerra diventa più familiare di quello dell’infanzia?

La guerra si radica profondamente nel sistema nervoso

Le conseguenze di questa trasformazione vanno ben oltre il vocabolario. Per svilupparsi in modo sano, il cervello di un bambino ha bisogno di sicurezza, stabilità e prevedibilità. I bambini e le bambine hanno bisogno di routine, relazioni, opportunità di gioco e della fiducia che il domani assomiglierà all’oggi.

Quando queste fondamenta vengono meno per lunghi periodi, i bambini si adattano a un mondo dominato dall’incertezza e dalla minaccia. Le équipe di salute mentale attive a Gaza segnalano in molti bambini e bambine sintomi di ansia cronica, disturbi del sonno, ipervigilanza, sofferenza emotiva e difficoltà di concentrazione.

Ciò che mi preoccupa maggiormente è che l’impatto psicologico della guerra non si ferma con l’annuncio di un cessate il fuoco. I traumi seguono raramente l’agenda politica. Anche quando le ostilità diminuiscono, i bambini continuano a portare con sé le conseguenze emotive e fisiologiche di anni trascorsi ad aspettarsi il pericolo.

Quando i giornali si occupano di altro, molti bambini restano intrappolati tra i ricordi del passato e la paura di ciò che potrebbe accadere. La guerra si radica profondamente nel sistema nervoso e vi permane a lungo, anche quando è scomparsa dal paesaggio.

Come specialisti della salute mentale, sappiamo che il trauma non si trasmette soltanto attraverso l’esposizione diretta alla violenza. Può propagarsi silenziosamente da una generazione all’altra, attraverso racconti, paure, strategie di adattamento e memorie condivise.

Da decenni Gaza vive guerre successive e molti genitori crescono i propri figli portando essi stessi traumi mai elaborati. La generazione attuale sta crescendo all’incrocio tra traumi personali, familiari e collettivi, con conseguenze psicologiche i cui effetti saranno pienamente visibili solo tra anni.

Consapevole dell’urgenza di preservare spazi dedicati all’infanzia, Medici del Mondo ha creato spazi per il benessere emotivo all’interno di diversi centri di assistenza primaria. Questi luoghi non possono cambiare la realtà che attende i bambini all’esterno, ma offrono qualcosa di vitale: un temporaneo ritorno alla normalità.

Attraverso attività psicosociali, giochi creativi, racconti, disegni e gruppi di parola, i bambini e le bambine hanno la possibilità di vivere momenti che assomigliano a quelli di un’infanzia ordinaria.

Gli aquiloni, una delle poche fonti di conforto

Ciò che ha colpito particolarmente le nostre équipe è quanto questi momenti ordinari siano diventati straordinari. Per innumerevoli bambini, questi spazi rappresentano gli unici luoghi in cui possono trovare giocattoli adatti alla loro età, impugnare matite colorate, disegnare liberamente su un foglio bianco, leggere storie o semplicemente partecipare ad attività pensate per l’infanzia.

In una realtà segnata dalla distruzione, dallo sfollamento e dal collasso delle abitudini quotidiane, una semplice scatola di pastelli o un foglio di carta bianco possono bastare a suscitare entusiasmo e gioia.

Vedere i bambini scegliere con cura i propri colori, mostrare con orgoglio un disegno o lasciarsi assorbire completamente dal gioco è al tempo stesso meraviglioso e straziante. Meraviglioso, perché rivela la loro straordinaria capacità di immaginare nonostante tutto. Straziante, perché momenti così semplici sono diventati così rari da apparire eccezionali.

Quando un assortimento di matite colorate diventa un lusso, un libro di storie un tesoro raro e giocare in uno spazio sicuro il momento più atteso della settimana, comprendiamo quanto l’infanzia abbia già perso.

Da generazioni, i bambini di Gaza fanno volare aquiloni dai tetti, negli spazi aperti e lungo la costa. L’aquilone ha sempre rappresentato qualcosa di semplice ma essenziale: libertà, immaginazione, curiosità e gioia.

Durante la guerra, mentre i giocattoli diventavano sempre più rari e gli spazi ricreativi scomparivano, molti bambini e bambine hanno iniziato a costruire aquiloni con pezzi di plastica, carta, spago e frammenti di legno recuperati tra le macerie. Nei campi per sfollati e nei rifugi temporanei, questi aquiloni artigianali sono diventati una delle poche fonti di conforto e sollievo emotivo rimaste.

Eppure, anche questo spazio ridotto lasciato all’infanzia è stato travolto dalla realtà della guerra. Dopo gli avvertimenti secondo cui far volare aquiloni avrebbe potuto esporre i bambini a rischi legati ad azioni militari, molti genitori hanno avuto paura di lasciare che i figli praticassero una delle poche forme di gioco ancora accessibili.

Alcuni bambini sono stati invitati a smettere del tutto di far volare i propri aquiloni. All’improvviso, un giocattolo fatto di carta e spago è stato associato alla paura anziché alla libertà.

La guerra come sfondo dei primi ricordi

Torno spesso al simbolismo di questa immagine: un bambino in piedi sotto un cielo dominato da anni da droni, aerei di sorveglianza e bombardamenti, che tiene tra le mani un aquilone costruito artigianalmente con i resti della distruzione.

Nella maggior parte del mondo, l’aquilone è un simbolo di immaginazione e possibilità. A Gaza, persino un aquilone è diventato vulnerabile alla logica della guerra.

C’è qualcosa di profondamente straziante in un’infanzia ridotta a uno spazio così limitato che persino il gioco finisce per diventare fonte di insicurezza. Mentre il dibattito si sposta sempre più verso la ricostruzione e la guarigione, l’attenzione si concentra naturalmente sulla ricostruzione di case, scuole, ospedali e infrastrutture.

Eppure, la sfida più grande forse è un’altra: ricostruire l’infanzia stessa.

Dopo anni segnati da sfollamento, paura e sopravvivenza, come aiutare i bambini a ritrovare il senso di sicurezza, il piacere del gioco e la libertà di immaginare un futuro oltre la guerra?

Quando penso al futuro di Gaza, penso ai bambini cresciuti durante questa guerra. Per molti di loro, la guerra non è un evento storico che ha interrotto l’infanzia: è lo sfondo dei loro primi ricordi e il linguaggio attraverso cui hanno imparato a capire il mondo.

Le ferite più profonde della guerra non si leggono sempre negli edifici distrutti o nelle statistiche ufficiali. A volte si manifestano nel vocabolario di un bambino che ha imparato prima lo sfollamento che l’appartenenza, prima la sopravvivenza che il gioco, prima la paura che la speranza.

Se vogliamo davvero comprendere il futuro di Gaza, dobbiamo ascoltare attentamente i suoi bambini e bambine. Le loro parole rivelano non solo ciò che hanno vissuto, ma anche l’enorme responsabilità che abbiamo: fare in modo che un giorno possano reimparare il linguaggio dell’infanzia.

Questa testimonianza è stata pubblicata sul sito del quotidiano Libération.